Amico libro – Articolo di Piero Bianucci sulla Giornata mondiale della Terra

In riferimento alla Giornata mondiale della Terra, su cui l’associazione di volontariato culturale Amico Libro ha già segnalato un precedente articolo, il professor Piero Bianucci condivide un suo interessante articolo, che ci richiama ad un rinnovato impegno a salvare questo straordinario pianeta.

Piero Bianucci è un giornalista e scrittore italiano, insegna al Master di Comunicazione Scientifica all’Università di Padova. Autore di libri di divulgazione scientifica e saggistica. Autore di numerose trasmissioni radiofoniche e televisive.


Giornata della Terra, mezzo secolo di illusioni

Mercoledì 22 aprile è stata la “Giornata della Terra”. La prima fu nel 1970, mezzo secolo fa. Il pensiero corre a un altro cinquantenario celebrato da poco: quello della conquista della Luna. Visti in una prospettiva storica, i due cinquantenari sono strettamente connessi. Ci rendiamo conto di vivere su un pianeta fragile e con risorse limitate da quando per la prima volta fu possibile vedere la Terra sospesa nello spazio in una foto che scattò l’astronauta William Anders alla vigilia del natale del 1968 durante la missione Apollo 8 che circumnavigò la Luna con un equipaggio a bordo, altra “prima” assoluta. La missione dall’Apollo 11, che il 21 luglio 1969 vide lo sbarco sulla Luna di Armstrong e Aldrin, certificò che nello spazio vicino intorno a noi ci sono solo deserti inospitali, non giardini fioriti come questo che ci ospita: la Terra è davvero qualcosa di speciale e di unico nel sistema solare. Le missioni successive, fino all’Apollo 17 del dicembre 1972, non ebbero lo stesso impatto emotivo sull’umanità ma confermarono quel senso di smarrimento.

Dagli intellettuali alla massa

Poi c’è la foto del “pale blue dot” datata 1990, voluta dall’astronomo Carl Sagan: il pallido puntino blu è la Terra vista dalla sonda “Voyager 1” mentre varcava i confini del sistema solare, a 6 miliardi di chilometri da noi, un vero naufragio nell’infinito leopardiano. L’attuale coscienza ecologica diffusa risale a queste immagini, prima apparteneva a una élite di intellettuali. Ma purtroppo, dal punto di vista pratico, a mezzo secolo dalla sua istituzione, la Giornata della Terra rimane nel limbo delle buone intenzioni.

Una strana astronave

Siamo su una strana astronave che trasporta i passeggeri non nel suo abitacolo ma sulla sua superficie. Oggi noi passeggeri siamo 7,7 miliardi, il doppio di cinquant’anni fa, le emissioni antropiche hanno portato l’anidride carbonica da 330 a 410 parti per milione accentuando l’effetto serra, la temperatura globale è aumentata di un grado, in Italia l’inverno appena finito è stato il più caldo almeno dalla metà dell’Ottocento ad oggi: 3 gradi sopra la media. E non c’è un’altra Terra, inutile illudersi su Marte o sui pianeti di altre stelle. Facciamocene una ragione. Siamo passeggeri ma anche piloti: ognuno può e deve fare qualcosa perché l’astronave non finisca su una rotta sbagliata.

Il messaggio del Covid 19

La pandemia di Covid 19 sta svolgendo una funzione analoga a quella della fotografia del 1968: basta guardare la mappa della sua diffusione mondiale. La pandemia ci ha fatto scoprire non la fragilità della Terra ma quella del suo equipaggio umano. Ora tutti dovrebbero sapere che la nostra vita dipende da equilibri naturali delicatissimi. In tre miliardi di anni di evoluzione biologica milioni di specie sono comparse e si sono estinte. Non è il caso di scomodare i bombardamenti di asteroidi. Basta un minuscolo grumo di proteine con un filo di RNA. L’uomo non farà eccezione. Questa è una lezione di umiltà sui tempi lunghi, milioni di anni.

Frugalità ritrovata

Il Covid 19 è una pallina che misura circa un decimillesimo di millimetro. Eppure ci sta insegnano che si può vivere in modo più semplice e frugale, ascoltando anziché facendo rumore. Stili di vita e di consumo che rispettino l’ambiente sono possibili, senza per questo fermare il benessere e il progresso tecnologico, anzi aiutandolo: abbiamo capito, per esempio, le potenzialità della cultura digitale e della smaterializzazione di molti consumi. Sappiamo che solo la scienza e la tecnologia possono difenderci. E’ nell’ordine delle cose che ci siano disastri naturali e che passino. Oggi con l’aiuto della cultura. Le visioni apocalittiche non mi appartengono. Credo che facciano male anche all’ambientalismo.

L’Agenda 2030 dell’ONU

La Giornata della Terra ha come riferimento l’Agenda 2030 dell’ONU che ha posto alla comunità mondiale 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. Sostenibile è una parola orribile, suggerisce l’idea di un peso da portare sulle spalle al limite estremo delle nostre forze. Ma non è così. Parliamo piuttosto di “sviluppo armonico”. La crisi economica globale causata dal Covid 19 farà rinviare alcuni degli obiettivi per uno sviluppo armonico dell’Agenda 2030, e in particolare il superamento della povertà?

Tra sovrappeso e sottonutriti

Se ci sarà un ritardo non sarà per il coronavirus ma per la miopia del potere. Basta pensare all’accordo di Parigi del 2015 disatteso da Trump, che ora è partito anche all’assalto dell’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, ente dell’ONU con sede a Ginevra. La povertà si potrebbe vincere se soltanto le superpotenze rinunciassero per un paio di anni agli armamenti, la più grande spesa in assoluto. Certo, la crisi economica causata dal Covid si farà sentire un po’ anche sulla solidarietà internazionale, ma questa solidarietà non richiede cifre folli. Se gli abitanti sovrappeso dei paesi sviluppati, che sono più di un miliardo, tornassero a un consumo calorico sano e corretto, non solo ci sarebbero calorie sufficienti per i 700 milioni di sottonutriti ma con i soldi risparmiati nelle cure delle persone sovrappeso sarebbe possibile garantire lo sviluppo e la salute delle popolazioni più povere.

L’avidità dei fortunati

Quanto alle diseguaglianze tra i paesi di cui parla l’articolo 10 dell’Agenda 2030, il problema non è la recessione da coronavirus ma l’avidità dei paesi più fortunati e, oggi, di certe multinazionali, penso in particolare a quelle che campano su quel bene comune che è la rete di Internet, nata dalla ricerca scientifica e dalle università all’insegna della gratuità e dell’open source, poi colonizzata da affaristi e trafficanti di dati.

“Pensare da geologo”

Leggere un libro appena pubblicato da Hoepli, “Il tempo della Terra” di Marcia Bjornerud (186 pagine, 19,90 euro), è un buon modo per celebrare a casa la cinquantesima “Giornata” del nostro pianeta. Marcia Bjornerud insegna ecologia e geologia alla Lawrence University di Appleton, Wisconsin, e con il suo libro ci insegna che “pensare da geologo può aiutare a salvare il mondo”. E’ un cambiamento di punto di vista simile a quello prodotto dalla foto scattata da Anders sull’Apollo 8.

Cambio di prospettiva

Sappiamo un sacco di cose della Luna e degli altri oggetti che popolano l’universo vicino e lontano ma sappiamo pochissimo del pianeta che abbiamo sotto i piedi. Milioni di specie viventi non sono ancora classificate. Dei fondali oceanici abbiamo un’idea vaga. Nessuna esplorazione del sottosuolo, che si estende per 6.500 chilometri dalla superficie al centro della Terra, ha superato un seicentesimo di questa distanza, un chilometro rispetto alla distanza Torino-Roma. Se dallo spazio passiamo al tempo, la cultura umana ha diecimila anni, un cinquecentomillesimo dell’età della Terra. Bruciamo petrolio ad una velocità un milione di volte maggiore rispetto al tempo che è stato necessario perché si formasse. E’ per questo enorme divario tra il passato e il presente che non riusciamo a percepire la delicatezza degli equilibri del nostro pianeta. La Terra è diventata quella che è in un tempo mezzo milione di volte più lungo della civiltà di Homo sapiens. I tempi della geologia per noi sono abissi insondabili. Marcia Bjornrud ci aiuta a guardare nell’abisso e a trarne le conseguenze.

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